L'ARTE ESTREMA O DELL'ESTREMA MISERIA
Di Gigi Viglione
CONTRO
LA FICTION FOTOGRAFICA
Ancora una volta la fotografia è usata come una puttana, al servizio delle accademie viene smerciata a ignari allievi convinti di frequentare dei corsi universitari. Si, finalmente è possibile accedere ad avvincenti corsi di fotografia
per i nuovi aspiranti operatori del settore, per coloro che saranno destinati
a divulgare la nuova immagine. Giovani professionisti, nuovi maghi della
luce, occhi magici pronti a diffondere il verbo dell’icona, figli
di professionisti con l’inconscio tecnologico già in tasca,
spinti sul burrone della fiction fotografica dai loro stessi insegnanti. Sanno come coinvolgere con convenzioni, Amministrazioni e Fondazioni; ed allora, così come la società dell’immagine ha loro insegnato, allestiscono con proventi pubblici fiction fotografiche che chiamano "stage" per la realizzazione di "archivi del territorio", realizzano cataloghi patinati con tante belle fotografie a colori sapientemente correte con applicazioni d’avanguardia, tutto all’insegna di una poco convincente promozione turistica a cui oramai nessuno crede più, o della nascita di un archivio on line, che va tanto di moda, da mettere a disposizione dei ricercatori. “Intendiamo per professionale quell’approccio alla realtà della fotografia, nei vari suoi generi, e nella dimensione reale del suo mercato che quotidianamente proponiamo ai nostri allievi. Questo accade sia per la fotografia di ricerca che per quella che normalmente viene definita commerciale, ma che, nei nostri corsi, viene affrontata come foto d’arte.” Questo dice Fabio Donato, il Coordinatore del Biennio Specialistico, per aggravare la condizione di confusione nei confronti degli allievi Così l’Accademia di Belle Arti di Napoli invia i suoi allievi, con le loro macchine fotografiche digitali, tra i pastori del Cilento o nell’alto Fortore a fotografare carciofi e carote, capre, formaggi, cascinali, mucche, fiori, farfalle, insetti, monti, valli, campi eolici, campanili, tavole cariche di prodotti tipici, paesanotte prese come per ostaggio, sentieri e boschi in controluce, zuppe di fagioli, vino rosso, campi di grano maturo, vendemmie, fiumi, ruscelli, cascate, ecc. ecc. Veri e propri corsi di fiction fotografica, per costruire infine un’immagine voluta da qualche assessore, con un’assenza totale di considerazioni sulle componenti ambientali legate ai rapporti tra il territorio e chi lo vive. Nessun riferimento alla memoria collettiva dei luoghi, alle identità collettive. Nessun accenno alla storia e agli eventi che hanno caratterizzato paesi, monti e valli. Nessun accenno al disegno agrario e alle sue trasformazioni. Eppure bastava guardare qualche fotografia di Mario Giacomelli, di G. Berengo Gardin, di Marialba Russo, o di Ghirri e Basilico per una lettura ed una interpretazione del paesaggio. La realtà è quindi velata attraverso la fiction per diventare un’altra cosa, perché fa comodo a qualcuno. Ma la fiction è lecita quando non si conosce la realtà, quando non ne abbiamo documenti, o quando se ne vuole inventare una veritiera, ed allora la si ricostruisce in una finzione. Penso alla grande quantità di foto pubblicate dai giornali per
illustrare gli articoli sulla violenza ai bambini e alle donne, sulla
violenza in ambito familiare, sulla pedofilia, sullo stalking, sulla prostituzione,
sull’usura e sul bullismo. Ben altra cosa, è l’uso della fiction quando c’è da illustrare una realtà palese, con tanto di testimoni, nota a tutti. Qui la fiction eguaglia la commedia, la farsa: è la foto di cerimonia. Anch’essa è oggetto di corsi di laurea, e quando ha accesso nei musei di arte contemporanea se ne millanta il suo “potenziale antropologico”, anche se, sono sicuro, c’è più potenziale antropologico nelle melanzane sott’olio, nella pastiera e nei cigoli con la ricotta. La società dell’immagine ha bisogno di tutto questo, ha bisogno di questo indistinto bailamme visivo a cui è impossibile dare un titolo.
p.s. Eppure, chi mi ha fornito lo stimolo per questa critica mi ha tolto il saluto; io, sapendo di non essere stato dolce di parola, ho cercato il suo confronto ed anche la sua complicità non appena sono stato in grado di mettere insieme le mie convinzioni, purtroppo non ho ottenuto alcun risultato: evidentemente ha fatto sue delle colpe che non gli riguardano assolutamente ed ha caricato il sottoscritto della colpa di averlo tradito, rivelando chissà quali peccaminose confidenze. Spero che torni libero al più presto e riprenda la sua attività con dignità. SG |
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