Qualche tempo fa girava in tv l’immagine filmata di Gandhi che pubblicizzava
una famosa azienda telefonica; dietro quello spot c’era la firma di Spike
Lee che con grande sapienza dosava abilmente la manipolazione dell’immagine
costruendo una piccola opera d’arte.
Seppure apprezzando l’operazione, alcuni dubbi mi assalirono: Gandhi avrebbe
acconsentito? Il suo era un messaggio di pace universale o un semplice sms?
Liberare l'India con la non violenza ha una relazione con l’atroce dilemma
di scegliere una fascia per il telefonino? Non ebbi risposte ovviamente ma la
bellezza di quello spot bastò ad acquietare tutti i miei dubbi.
In questi giorni, in circostanze apparentemente analoghe, avrei bisogno di parlare
con un altro grande della storia, Michelangelo Merisi da Caravaggio. Maestro
della pittura italiana del '600 che nel suo breve passaggio a Napoli, dipinge
le "Sette Opere della Misericordia", conservato nella Chiesa del Pio
Monte in Via dei Tribunali.
Caravaggio in un’unica scena "fotografa" Napoli, è la
prima foto della storia di questa città. Realismo e spiritualità,
bianco/nero e colore ripresi nella "verità nuda di Forcella o Pizzofalcone",
giocano in contrasti spietati, tragici, sempre all’interno della rappresentazione
sacra, dalla quale non si distacca, anzi, ne è coinvolto interamente,
dando voce e corpo a simboli sacri e personaggi della strada.
Chiederei a Caravaggio cosa ne pensa dell'utilizzazione del suo nome e del suo
dipinto napoletano che in questi giorni è stata al centro di una kermesse
d'arte, così per dire, per il Maggio dei Monumenti.
Gli chiederei per esempio se l’”arte estrema” si fa con la
maestria dell’uso del colore (ne sapeva qualcosa...) o bensì con
azioni sanguinarie di macelleria pornografica; gli chiederei se “arte
estrema” è di per se vivere nell’epoca della Controriforma
(e ciò che ne comportò per il suo destino) o esibirsi utilizzando
orpelli da messa nera e volgarità ad effetto, nella soporifera landa
artistica di quest’epoca e di questa città.
Se proprio dobbiamo confrontarli, il signor Nitch ed il Maestro Caravaggio,
comincerei a porre questo tipo di domande.
E mi chiedo come mai nessuna voce si è alzata a denuncia, a critica seppur
minima dell’evento. Dove sono finiti gli storici, gli addetti ai lavori?
C’è rassegnazione o è meglio non scuotere gli equilibri?
Dietro la sconsiderata ed inappropriata offerta di arte contemporanea a Napoli
di questi ultimi 15 anni si è nascosta molta retorica; questo non è
il primo caso (forse sarà tra gli ultimi, lo spero) di quello che resta
di una martellante propaganda di “regime” che ha fatto dell’arte
contemporanea strumento di consenso a propri fini, producendo la depauperazione
della ricerca artistica libera e autonoma.
Gli artisti napoletani ne sanno qualcosa. Mi riferisco a quelli non appartenenti
a "clan", non schierati, che continuano a produrre arte nei loro studi
e sono apprezzati più all’estero che in città. E penso anche
a tanti giovani artisti che per emergere dal mare nero dell'oblio hanno dovuto
aderire al quel “sistema” di consenso.
Penso all'Accademia di Belle Arti di Napoli che ha perduto il proprio ruolo
naturale di riferimento artistico, soppiantata dall'arrivo di discutibili contenitori
d'arte creati ad hoc nel quadro dell'asservimento al potere.
In questo scenario di appiattimento si è nel contempo creato con gli
anni un popolo di “vernisseurs” pronti ad aderire e acclamare qualsiasi
forma di evento piovuto dall’alto, un habitat autoreferenziato incompetente
che ha fatto dell’arte solo glamour. Mentre i loro “mandanti”,
credendo di farla franca distribuendo mele annurche nel recinto, hanno miserevolmente
poi pagato le ultime elezioni regionali e si apprestano ancora a saldare il
conto in quelle comunali, lasciando irresponsabilmente questa terra in mano
a clan, questi si più ‘referenziati’.
Non c’è che dire che l’apologia del sangue di questo Nitsch
di maggio si impone a simbolo di questa triste epoca napoletana e forse nazionale;
per niente trasgressivo come crede, ma nella sua ridicola volgarità innocuo,
bromuroso, come un discorso di Bersani.
E se proprio si richiede un confronto tra i due personaggi, dall’altro
trionfa Caravaggio, ribelle della forma e del colore, che ha sfidato un’epoca
da solo contro tutti, politici e Vaticano, dopo quattro secoli ancora contemporaneo.
Padrone della Pittura e della Bellezza, che l'innocuo macellaio e quest’epoca
non possiedono.
Gigi Viglione