LO ZEN E LA STAMPA AL CARBONE
un grazie a Luca Sorbo per il suo
contributo
Un anno fa ho dovuto cambiare casa e naturalmente ho dovuto anche smantellare
la camera oscura. Ho trascorso un lungo periodo in cui non solo non
potevo stampare, ma mi è mancato anche lo stimolo per fotografare.
Cosa si prova ad essere orfani di camera oscura è difficile da
spiegare, so solo che quando accade si pensa subito a ricrearne un’altra,
o almeno questa è stata la mia reazione naturale.
Prima di smontarla l’ho fotografata: ho ripreso le quattro pareti
con un grandangolo e, come se non bastasse, ho ripreso anche gli strumenti
che mi sono stati utili durante il lavoro svolto li dentro per quasi
dieci anni.
Non è stato difficile fotografare ciò che normalmente
non è oggetto di osservazioni: un “gabinetto fotografico”
è un luogo visibile solo a chi lo frequenta, per mostrarlo basta
realizzare delle “soggettive”, delle inquadrature che simulano
il mio sguardo. In realtà non si guarda nulla di specifico, si
punta l’obiettivo per mirare il vuoto che è al centro della
stanza, non c’è altro oltre quel vuoto, una camera oscura
è un contenitore di buio, essenzialmente, e di pochi strumenti
a bassa tecnologia.
Adesso ho una nuova camera oscura, con tutta la memoria della vecchia,
compreso una grande quantità di carta pigmentata, in parte salvata
dall’umidità ed in parte è materiale di scarto utile
solo ad eseguire delle prove. Ho deciso di stampare le foto scattate
un anno fa utilizzando proprio questi fogli, mi sembra giusto fare così,
sono sicuro che è l’unico modo per chiudere questo lavoro.
Le prime stampe finite rivelano immediatamente un paradosso evidente
e palese: la “macchina” per la fotografia si è rivolta
su se stessa e ciò che doveva essere semplicemente strumento
è diventato l’oggetto da rappresentare.
In realtà qualcos’altro mi ha sorpreso, anzi mi ha lasciato
incantato, è stato un dettaglio più piccolo di un centimetro
quadrato che mi ha trascinato in una spirale dalla quale tuttora faccio
fatica ad uscirne. Quella specie di inghiottitoio, che altro non è
che l’obiettivo della macchina fotografica, aveva risucchiato
al suo interno anche un lembo di carta pigmentata: al momento dello
scatto un foglio di carta pigmentata riposava, ignaro, nella mia rastrelliera,
in attesa di essere utilizzato, non poteva assolutamente immaginare
di poter essere fotografato, il suo ruolo è stato sempre quello
di trasportare immagini, non di diventare esso stesso un’immagine.
Anch’egli ha subito lo stesso destino della camera oscura, da
oggetto è diventato soggetto.
Oggi, davanti ai miei occhi, mi ritrovo l’immagine di un pezzo
di carta pigmentata che, molto probabilmente, ho utilizzato per realizzare
la stampa di se stesso. Oppure, se volessi correre il rischio di perdermi
in questo vortice, e la cosa non mi dispiace, posso affermare che la
materia pigmentata che ho fotografato in quella camera oscura, distesa
su quel foglio di carta quasi arricciato, è la stessa materia
che in questo momento realizza l’immagine della carta pigmentata
fotografata. Anche in questo caso il paradosso si è concluso:
la materia fotografata e quella utile a realizzare l’immagine
sono coincidenti, come un attore che sulla scena svolge il ruolo di
se stesso.
E’ una verifica delle possibilità del mezzo, verifica spontanea,
non voluta ma puramente casuale, che non può essere spinta oltre,
giacché i paradossi sono eventi chiusi in se stessi ed ogni tentativo
di esplorazione non genera altro che disastri capaci di portare tutto
all’implosione. Infatti, proviamo ad immaginare cosa potrebbe
accadere se fotografassimo la gelatina pigmentata con dettagli sempre
più ravvicinati, fino ad arrivare ad una ripresa in macro, otterremo
un negativo perfettamente trasparente, lo stesso risultato che si otterrebbe
lasciando al suo posto il tappo dell’obbiettivo.
Vi ricordate le “Verifiche” di Ugo Mulas
? Con la sua macchina mirava al cielo, era una sfida al vuoto, ed ogni
volta che ingrandiva quei scatti non otteneva altro che delle stampe
cariche di granuli, si rese conto che avrebbe ottenuto lo stesso risultato
anche se avesse fotografato la parete che gli era di fronte.
Per la fotografia le galassie distanti anni luce o l’intonaco
del muro che abbiamo di fronte non hanno alcuna differenza, non è
influenzata dalla memoria e dalle aspettative che ci fanno vedere cose
inesistenti. Nella sua brutalità, che possiamo chiamare anche
oggettività, essa ci obbliga a confrontarci con il reale o perlomeno
con la traccia che la pellicola conserva.
La fotografia registra istanti e noi per celebrare la loro importanza
li incorniciamo.
E’ come la vita che non comprendiamo, ma che ci sentiamo in diritto
di insegnare agli altri.
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